Dove l'arco incontra il liuto: musicisti italiani che aprono la partitura classica al dialogo con il mondo
La storia della musica classica occidentale è, molto più di quanto si riconosca comunemente, una storia di incontri e contaminazioni. Il liuto rinascimentale deve la sua forma agli strumenti arabi; il ritmo del fandango spagnolo porta tracce di melodie nordafricane; persino Verdi, nel suo Aida, cercò di evocare un universo sonoro egiziano con gli strumenti dell'orchestra europea. L'idea di una tradizione «pura», impermeabile alle influenze esterne, è una costruzione tardiva che non regge all'esame storico.
Eppure, per gran parte del Novecento, la musica classica si è chiusa in una fortezza di autoreferenzialità, diffidando delle ibridazioni come di una minaccia all'integrità del canone. Oggi, qualcosa sta cambiando. E in Italia, paese che più di ogni altro ha contribuito a forgiare quella tradizione, alcuni artisti stanno guidando una trasformazione silenziosa ma profonda.
Il violoncello e il oud: quando Napoli incontra il Cairo
Tra i progetti più interessanti degli ultimi anni spicca la collaborazione tra il violoncellista napoletano Marco Cervo e il musicista egiziano Tarek El-Masri, specializzato in oud — il liuto a manico corto che è l'antenato diretto di molti strumenti europei. Il loro duo, denominato Sponde, ha debuttato nel 2021 al Festival di Ravello con un programma che alternava brani di Bach a improvvisazioni sul maqam rast, il modo musicale arabo che più si avvicina alle scale tonali europee.
«Non si tratta di mettere insieme due cose diverse per stupire il pubblico», ha dichiarato Cervo in un'intervista rilasciata in occasione del loro secondo tour italiano. «Si tratta di scoprire che quelle due cose non sono mai state così separate come si credeva. Il Bach che ho studiato al conservatorio e la musica che Tarek ha imparato da suo padre in un vicolo del Cairo parlano la stessa lingua di base: quella delle emozioni che la melodia sa evocare».
Il pubblico dei loro concerti è, significativamente, un pubblico misto: spettatori abituali delle sale da concerto tradizionali, ma anche giovani di seconda generazione che nelle esecuzioni di El-Masri ritrovano sonorità familiari, udite in casa durante l'infanzia. La musica, in questo contesto, smette di essere un prodotto culturale destinato a un'élite e diventa un luogo d'incontro reale.
La compositrice che riscrive Monteverdi con i suoni del Rajasthan
Diverso per approccio, ma ugualmente significativo, è il lavoro di Giulia Ferrante, compositrice milanese di trent'anni che ha trascorso due anni a Jaipur studiando il sarangi, uno strumento ad arco della musica classica indostana. Al suo ritorno in Italia, ha composto una serie di brani per quartetto d'archi e sarangi che prendono come punto di partenza le forme madrigalistiche di Claudio Monteverdi, reinterpretandole attraverso i microintervalli e le ornamentazioni caratteristiche della musica del Rajasthan.
Il risultato, presentato in prima assoluta al Teatro Sociale di Como nel 2023, ha suscitato reazioni polarizzate: entusiasmo tra i più giovani, perplessità tra i frequentatori più tradizionalisti. Ma è proprio questa tensione produttiva che Ferrante ricerca deliberatamente. «Monteverdi era un rivoluzionario», ha spiegato durante una masterclass al Conservatorio di Milano. «Stravolgeva le regole del contrappunto fiammingo per inseguire l'espressività del testo. Io faccio la stessa cosa: uso gli strumenti della tradizione per inseguire un'espressività che quella tradizione da sola non mi sa dare».
Concerti come atti di carità culturale
C'è una dimensione etica, e non solo estetica, in questi progetti che merita di essere sottolineata. In un periodo storico in cui la questione delle migrazioni e dell'integrazione culturale occupa un posto centrale nel dibattito pubblico italiano, la scelta di portare sul palcoscenico di un teatro lirico la musica di tradizioni spesso marginalizzate è un gesto politico nel senso più alto del termine: un atto di riconoscimento della dignità culturale altrui.
Concerto per la Carità ha sempre creduto che la musica sia, nella sua essenza più profonda, un atto di dono. E il dono più generoso che un artista possa fare non è sempre la perfezione tecnica: è a volte la disponibilità ad ascoltare, a lasciarsi cambiare dall'incontro con l'altro, a portare sulla scena la traccia visibile di quel cambiamento.
I festival che aprono le porte
Non sono solo i singoli artisti a muoversi in questa direzione. Alcuni tra i più vivaci festival italiani di musica classica hanno inserito nei loro programmi sezioni dedicate al dialogo interculturale. Il Ravenna Festival, con la sua lunga tradizione di apertura verso le culture del Mediterraneo, ha ospitato negli ultimi anni ensemble provenienti da Turchia, Marocco e Iran in dialogo con orchestre italiane. Il Festival dei Due Mondi di Spoleto ha commissionato lavori che mettono in scena la convivenza di linguaggi musicali distanti.
Queste iniziative non sono prive di rischi. La linea tra dialogo autentico e appropriazione culturale è sottile, e richiede un'attenzione costante alle asimmetrie di potere che strutturano il campo artistico. Un ensemble europeo che «incorpora» elementi di musica tradizionale straniera senza che gli artisti di quella tradizione siano presenti come protagonisti paritari non è un progetto di incontro: è un'operazione estetica che perpetua le stesse gerarchie culturali che dichiara di voler superare.
I progetti più riusciti — come quello di Cervo ed El-Masri, o come la collaborazione tra la violinista Alessia Sartori e la cantante di musica gnawa Fatima Bendaoud, presentata al Festival MiTo 2023 — sono quelli in cui la parità non è solo proclamata, ma strutturale: nella condivisione del palco, nella co-creazione del repertorio, nella divisione equa dei proventi.
Una partitura ancora da scrivere
Il dialogo tra la tradizione classica italiana e le musiche del mondo è ancora, per molti versi, una partitura in fase di composizione. Le resistenze esistono, tanto nelle istituzioni musicali quanto in una parte del pubblico. Ma la direzione sembra tracciata, e i musicisti che la percorrono con coerenza e rigore stanno dimostrando che l'apertura non indebolisce una tradizione: la rinnova, la arricchisce, la rende capace di parlare a un pubblico più vasto e più vario.
In questo, forse, risiede la forma più contemporanea di quella carità musicale che ispira il nome e la missione di questa testata: non solo portare la grande musica a chi non ha accesso alle sale da concerto, ma portare nelle sale da concerto la grande musica di tutti.