La partitura come cura: musicisti italiani che hanno trovato nella musica una via di guarigione
C'è un momento, nella vita di certi artisti, in cui la musica smette di essere arte per diventare necessità. Non nel senso romantico e abusato del termine, ma in senso quasi fisiologico: comporre, suonare, cantare come atti che tengono insieme ciò che rischia di andare in frantumi. È un'esperienza che molti musicisti riconoscono nella propria biografia, spesso con quella pudica riluttanza con cui si parla di ferite ancora fresche.
In Italia, dove la tradizione musicale si intreccia profondamente con l'identità culturale e spesso con quella familiare, queste storie sono più numerose di quanto si immagini. Concerto per la Carità ha incontrato alcuni di questi artisti, per ascoltare le loro testimonianze e comprendere come l'esperienza personale si sia trasformata in impegno collettivo.
Quando il silenzio diventa insostenibile
Marta Ferretti — nome di fantasia, come tutti quelli utilizzati in questo articolo per rispettare la riservatezza dei protagonisti — è violinista di una piccola orchestra da camera lombarda. Ha attraversato una depressione grave a trent'anni, dopo la perdita improvvisa di suo padre. Per mesi, racconta, non ha potuto avvicinarsi allo strumento: "Il violino era associato a lui, che mi aveva insegnato a suonare. Aprire la custodia mi sembrava un dolore insopportabile."
Poi, quasi per caso, ha partecipato a un laboratorio di improvvisazione musicale organizzato da un'associazione milanese. Non musica classica nel senso convenzionale, ma un approccio libero, privo di partiture e giudizi. "Ho capito che potevo usare lo strumento per dire cose che non riuscivo a dire con le parole. Ho pianto per un'ora, suonando. Ma era un pianto diverso, che sgonfiava qualcosa."
Oggi Marta conduce laboratori simili per adulti in difficoltà, collaborando con una cooperativa sociale di Bergamo. La musica classica, dice, è il punto di arrivo, non di partenza: "Prima si impara a usare il suono come linguaggio emotivo. Poi, quando sei pronto, la struttura della grande musica diventa un contenitore sicuro dentro cui mettere anche le cose più difficili."
Comporre per non scomparire
Diversa, ma per certi versi speculare, è la storia di Luca Amendola, compositore e pianista siciliano che ha vissuto un periodo di grave isolamento dopo un incidente stradale che gli ha compromesso temporaneamente l'uso della mano destra. Per un pianista, la prospettiva di non poter più suonare è qualcosa che va ben oltre il piano professionale: è una crisi identitaria profonda.
"Non potevo suonare, ma potevo ancora scrivere. Ho iniziato a comporre per la mano sinistra sola — c'è un repertorio bellissimo, da Ravel a Brahms — e poi ho cominciato a scrivere pezzi nuovi. Non per essere eseguiti, almeno all'inizio. Solo per non perdere il filo."
Da quell'esperienza è nata una raccolta di brevi pezzi per pianoforte che Luca ha intitolato Frammenti, pubblicata in edizione limitata e distribuita gratuitamente ai centri di riabilitazione della provincia di Palermo. "Ho pensato che qualcuno, in quella situazione, avesse bisogno di sentirsi meno solo. La musica scritta durante un momento di fragilità parla a chi è fragile con una voce diversa."
La musicoterapia tra scienza e tradizione
Le esperienze individuali di Marta e Luca si inseriscono in un contesto più ampio che la ricerca scientifica sta esplorando con crescente interesse. La musicoterapia — disciplina che utilizza la musica come strumento terapeutico all'interno di processi riabilitativi, psicologici e sociali — è riconosciuta in Italia dal Ministero della Salute come pratica complementare, e conta oggi diverse centinaia di professionisti certificati.
Ciò che distingue la musicoterapia da un semplice ascolto terapeutico è la relazione attiva con il suono: non si ascolta soltanto, si produce, si improvvisa, si dialoga attraverso gli strumenti. In questo contesto, la tradizione classica offre un repertorio straordinariamente ricco di materiale su cui lavorare: le strutture formali della sonata, la tensione e risoluzione armonica, il contrappunto, il ritmo — tutti elementi che possono essere usati come metafore di processi emotivi e relazionali.
Il Centro Italiano di Musicoterapia di Assisi, fondato negli anni Settanta dal pioniere della disciplina in Italia, ha formato generazioni di musicoterapeuti che oggi lavorano in ospedali, carceri, comunità per persone con disabilità e centri per anziani. Molti di loro provengono da studi classici al conservatorio, e raccontano come la formazione musicale tradizionale abbia fornito loro strumenti preziosi — ma anche come abbiano dovuto imparare a liberarsi da alcuni automatismi per usare la musica in modo veramente terapeutico.
Progetti concreti che cambiano le vite
Al di là delle esperienze individuali, in Italia esistono progetti strutturati che utilizzano la musica classica come strumento di guarigione e riabilitazione. Alcuni meritano di essere conosciuti.
"Suoni che curano" è un progetto nato a Bologna in collaborazione tra il conservatorio locale e il reparto di oncologia dell'Ospedale Sant'Orsola. Musicisti professionisti e studenti avanzati portano concerti dal vivo nei reparti, ma anche laboratori di ascolto guidato e brevi momenti di improvvisazione con i pazienti. I risultati, documentati in una ricerca preliminare pubblicata nel 2022, mostrano una riduzione significativa dell'ansia pre-operatoria nei pazienti coinvolti.
"Voci dal Silenzio" è invece un coro nato a Torino all'interno di un centro di salute mentale, dove persone in percorsi terapeutici cantano insieme repertori che spaziano dal madrigale rinascimentale alla canzone d'autore. Il coro si esibisce pubblicamente due volte l'anno, in concerti aperti alla città che hanno un doppio valore: artistico e simbolico. "Quando saliamo sul palco — racconta uno dei partecipanti — non siamo più pazienti. Siamo cantanti."
"Armonie in Cammino" è un progetto più recente, nato in Calabria su iniziativa di un gruppo di insegnanti di musica delle scuole medie, che lavora con ragazzi che hanno vissuto esperienze traumatiche legate alla migrazione. Attraverso l'apprendimento dello strumento e l'ascolto guidato di musica classica, i giovani partecipanti trovano un linguaggio comune che supera le barriere linguistiche e culturali.
La musica come forma di carità verso se stessi
Ciò che accomuna tutte queste storie è una convinzione: che prendersi cura di sé attraverso la musica non sia un lusso, ma un diritto. E che la grande tradizione musicale classica, spesso percepita come distante e aristocratica, possa diventare uno spazio di accoglienza per le fragilità umane più profonde.
Questa convinzione è, in fondo, il cuore stesso della missione di Concerto per la Carità: la musica al servizio del cuore, non come ornamento di una vita già compiuta, ma come strumento di costruzione e riparazione. Le storie di Marta, Luca e di tutti coloro che attraverso le note hanno trovato una via di ritorno a se stessi ci ricordano che il valore della musica classica non si misura solo in biglietti venduti o in platee piene, ma anche — e forse soprattutto — in silenzi rotti al momento giusto, in lacrime che finalmente trovano una forma.